
Un leader può anche essere un bravo coach?
Ad un leader vengono richieste molte capacità, perlopiù molto diverse tra loro, e tra queste anche quella di fare da coach ai suoi collaboratori... Ma è una buona idea? E, cosa più importante, è in grado di farlo con sufficiente efficacia? Ho qualche dubbio, in proposito, e ti spiego perché.
Leader come i... calabroni!
Ho googolato quanto segue: "Tematiche della leadership" e mi sono saltate fuori i 15 principali argomenti che vengono trattati nei corsi di leadership, che sono: comunicazione efficace, gestione del tempo, gestione dello stress, risoluzione dei conflitti, saper ispirare il team, assumersi la responsabilità, problem-solving, delega, sviluppo di un'Intelligenza Emotiva, pensiero strategico, agilità, decisionalità, gestione del cambiamento, DE&I (diversità, equità ed inclusione), coaching e mentoring.
Mancano, secondo me, la moltiplicazione dei pani e dei pesci e saper sturare un lavandino (non si sa mai...).
Ho più volte espresso perplessità su questa mania di esaltare
la figura del leader attribuendogli doti quasi taumaturgiche.
Un leader è un uomo/donna che si assume la responsabilità
di portare altri da un punto A ad un punto B e per fare questo
deve saper gestire tutta una serie di cose, come
quelle elencate sopra...
ma senza, per questo, dover diventare un esperto su ogni
singola questione.
Non sto dicendo che le 15 tematiche riferite alla leadership elencate sopra non servano, ma ritengo che non sia imparando ed applicando le singole competenze che si migliora la leadership.
La leadership non è classificabile e non la si può costringere all'interno di atteggiamenti precostituiti.
E' un po' come il calabrone: a causa del peso dell'insetto, la fisica esclude che esso possa volare con la superficie alare che ha... solo che lui non lo sa.
E vola!
Ad esempio, se prendiamo uno come
Steve Jobs, che di certo non brillava per Intelligenza Emotiva o per altre competenze tra quelle sopra elencate, non si può certo negare che sia stato uno dei leader più importanti a livello industriale.
Lui forse nemmeno sapeva che i suoi comportamenti non rientravano tra i canoni della buona leadership.
Eppure ha... volato!
Il leader fa il leader, non il compagnone
Certo, Steve Jobs ha volato... ma sarebbe stato capace di far volare altri? Avrebbe avuto la pazienza, la conoscenza e soprattutto la volontà di sedersi a fianco di qualcuno per aiutarlo a splendere?
Ne dubito.
E ci sono molti Steve Jobs al mondo... forse non geniali come lui, ma sicuramente capaci di mettere insieme risorse umane e non per realizzare progetti anche molto ambiziosi.
Molti osservatori, con questo nuovo modo d'intendere la leadership che si è via via affermata da un po' di tempo - spesso anche con un che di stucchevolmente "buonista" - direbbero che Jobs non sia stato in realtà un buon leader... cosa che, personalmente, non condivido.
Un leader è tale non perché buono, ma perché porta le persone
da un punto A ad un punto B e poiché questo è esattamente
ciò che ha fatto Steve Jobs - e alla grande! - egli è stato senza
dubbio un forte leader... ma molto probabilmente un pessimo
coach, ammesso e non concesso che abbia mai perfino
provato ad esserlo (personalmente, ne dubito).
Anche Hitler, Stalin e Genghis Khan sono stati grandi leader pur avendo massacrato un numero esorbitante di persone, ma erano altri tempi... o meglio, tempi e luoghi in cui la libertà ed il rispetto della vita non erano neppure un'opzione.
Il punto è: oggi potrebbe mai funzionare?
Forse... ma sarebbe sostenibile nel tempo?
Quegli stessi leader potrebbero ancora fare qui ed oggi con successo ciò che facevano una volta?
Queste sono le domande che dobbiamo farci.
Mentorship e Coaching
La mia risposta a queste domande è
"no", perché un leader anche solo minimamente intelligente, è naturalmente motivato dal risultato che vuole ottenere e nel momento in cui dovesse capire che un suo comportamento è controproducente, lo abbandonerà all'istante.
In pratica, il leader si adatta alla situazione - persone comprese - per raggiungere il risultato che si è prefissato.
Per questo motivo, credo che un leader possa essere un grande
"mentor"
... ma non un buon
"coach"
.
Il fatto è che si confondono spesso queste due figure che sono invece molto diverse tra loro.
Un
mentor è una guida (solitamente lui/lei stesso/a un/a leader) che, grazie alla conoscenza, all'esperienza ed ai successi accumulati negli anni, ha le carte in regola per trasferirli a sua volta ai suoi discenti.
Il problema con questo è che spesso non si tiene conto del fatto che il
mentor
ha molto probabilmente dovuto trovare una propria strada per raggiungere i suoi successi e non è detto che le sue strategie siano replicabili con un'altra persona.
Un
coach, d'altro canto, non lavora sulla conoscenza o sull'esperienza acquisita nel tempo sulle questioni che il discente vuole o deve imparare e non è nemmeno necessario che abbia ottenuto dei particolari successi su tali questioni.
Il coach lavora su e con la persona che si trova davanti e l'aiuta a tirare fuori il meglio che ha da esprimere partendo dall'eliminare blocchi e freni vari.
Certo, ci sono molti coach che hanno fatto loro delle specifiche conoscenze e le condividono coi loro clienti, ma non è questa conoscenza a farne dei coach. Ciò che fa di loro dei coach è la conoscenza di determinate dinamiche che propongono al
cliente che, a sua volta, le "testa" su di sé.
Estroversi ed introversi
I leader tendono ad essere per loro natura
estroversi, cioè sono naturalmente attratti da ciò che possono "conquistare" là fuori, essendo anche molto bravi a coinvolgere le persone nelle loro iniziative. E' il motivo per cui possono essere ottimi
mentor, in quanto sono motivati dal raggiungimento di un risultato.
Sono invece molto poco attratti dall'idea di lavorare "sulle" persone, su ciò che provano, sulle loro motivazioni, sui loro freni, ecc. Per questo è necessario l'intervento di un
introverso quale sarebbe invece un
coach (o uno psicologo o counselor) che è molto più abile nel "(ri)costruire" la persona da dentro.
In quanto introverso, infatti, il coach è invece molto più attento ed attratto dal processo (e quindi dalle dinamiche) anziché dal risultato, in quanto vede quest'ultimo come una inevitabile conseguenza del primo.
Questa "separazione" tra leader e coach (o professionisti in genere)
e tra estroversi ed introversi non viene fatta con l'accetta e, come sempre, ci possono essere ottimi leader che fanno coaching ed
ottimi coach che fanno mentoring, ma è quasi una forzatura,
qualcosa che il più delle volte non avviene spontaneamente.
Conclusione
A scanso di equivoci, dico subito che quanto ho qui scritto sull'argomento non è la Bibbia, tuttavia posso assicurare che, anche nell'ambito della crescita personale/professionale ho conosciuto molti leader che adoravano insegnare e condividere la loro conoscenza con altri, ma solitamente a livello di gruppo, dove le dinamiche sono molto diverse rispetto al 1-to-1.
Ribadisco che chiunque può fare qualsiasi cosa, se lo appassiona davvero, ma il rendimento sarà probabilmente diverso... almeno nella maggioranza dei casi.
